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mercoledì 28 luglio 2010

Mi sento a casa...Viva Palestina! Condividi

La prima sensazione che ho provato, non appena mi sono ritrovato di fronte il muro di separazione, è stata di sgomento.
Poi smarrimento, impotenza, rabbia.
Il muro ti sbatte contro, ti abbatte, ti colpisce, ti schiaccia.
Non può essere altrimenti, chiunque tu sia, il muro è più grande di te.
E' il simbolo dell' apartheid, è la sconfitta dell' umanità.
Con gli altri compagni di viaggio ci siamo messi in fila, insieme ai tanti palestinesi che fanno quel passaggio ogni giorno per andare a lavorare o per tornare nelle loro case.
Non è mi è stato possibile sentire il dolore dell'umiliazione, la ferità della costrizione in un ghetto, la mortificazione che ti da la privazione delle libertà.
Ho solo cercato di avvicinarmi il più possibile a questo sentimento.
Ero arrivato in quella terra da poche ore...
Stavamo per lasciare Gerusalemme Est.
Mi sentivo il collo stretto tra le mani di un gigante. Ho percorso quegli infiniti passi all' interno del Chek-Point di Betlemme.
Superato corridoi di rete metallica, tornelli, metal detector.
Leggevo stranito assurdi cartelli scritti da mano israeliana che recitavano "Mantieni pulito il tuo chek point". Dall'interno dei loro bunker i militari israeliani con aria di sfida e con tono strafottente giocavano con il tempo e la pazienza di molti.
Fuori animali in gabbia. Bestie. O forse peggio.
Mi mancava l'aria...mi sentivo soffocare.
Passiamo l'ultimo controllo, quello del passaporto.
L'ennesimo militare controlla il mio passaporto, guarda la mia foto, poi me.
Ricambio il suo sguardo con il mio. Per lui provo pena e rabbia, nella stessa misura.
Mi rende il passaporto. Percorro gli ultimi metri di gabbia.
Un lungo corridoio chiuso tra muro e rete metallica, il cielo di filo spinato.
In fondo la luce, quella che loro chiamano "uscita".
Mi sveglio da quell'incubo...mi sento a casa!
Viva Palestina!

mercoledì 12 maggio 2010

Obama mediatore. Israele fa il gioco delle tre carte. La Palestina spera.

E’ notizia di questi giorni la riapertura dei negoziati tra Israele e Palestina per cercare una soluzione ad un conflitto che da troppo tempo destabilizza l’intera area medio-orientale. A mediare tra le due parti, gli Stati Uniti. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il capo negoziatore palestinese, Saeb Erekat, hanno incontrato il diplomatico statunitense George Mitchell, a Ramallah. L’obiettivo palestinese è evidente: la nascita di uno stato indipendente che abbia giurisdizione sul territorio della Cisgiordania e nella Striscia di gaza, con capitale Gerusalemme. Dal canto suo Israele ritiene sua capitale naturale la stessa Gerusalemme e, non ha caso, ha da poco annunciato la costruzione di nuove colonie nella città. L’apparente stop alla realizzazione di nuovi insediamenti ebraici a Gerusalemme annunciato dal premier Nethanyau è stato smentito dal ministro israeliano alla pubblica sicurezza Yitzach Aharonovitch che ha annunciato invece che si procederà presto alla demolizione di abitazioni arabe per far posto a nuove costruzioni israeliane, e che tale mossa non era stata comunicata precedentemente proprio per non compromettere i negoziati sollecitati dal presidente americano Obama. Insomma, un passo avanti e due indietro nell’intricata questione.
Israele come al solito fa il bello ed il cattivo tempo e non manca di dare dimostrazione di arroganza ed unilateralità nelle scelte. La disponibilità della comunità internazionale nei suoi confronti è però mutata rispetto ad altri momenti storici. La costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme annunciata durante la visita in Israele del vicepresidente americano Joe Biden (una sorta di affronto agli stessi Usa), la vicenda dell’uso di passaporti Inglesi da parte del Mossad (il servizio segreto israeliano) per compiere l’assassinio di Mahmoud al Mabouh in un hotel di Dubai sono solo due degli ultimi cunei che stanno filando la marmorea solidità dello stato ebraico. Intanto nella Striscia di Gaza si continua a morire di stenti e di malattie, moltre provocate dalle armi chimiche e tossiche usate da Israele durante l’operazione “Piombo Fuso”.

Le speranze del popolo Palestinese. L’isolamento di Israele.

”Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba”. Sono le parole che David Ben Gurion pronunciò nel maggio del 1948 agli ufficiali dello stato maggiore Israeliano. Ben Gurion ha ricoperto importanti incarichi di governo nel suo paese per 13 anni, come ministro della difesa e primo ministro. L’ aeroporto internazionale di Tel Aviv, la capitale diplomatica di Isralele, porta il suo nome. Tanto per ricordare, a chiunque arrivi nello stato ebraico, qual è il pensiero dello stato sionista rispetto alla questione palestinese.
In questi giorni un’escalation di tensione ripropone la questione medio-orientale agli occhi di tutti noi, distratti, che improvvisamente ci ricordiamo di un conflitto che, spesso silenzioso (ed ignorato da mass media e governi) continua indisturbato a provocare miseria, odio, violenza e morte.
La striscia di Gaza è praticamente sotto assedio ed isolata da quando Hamas ha vinto le elezioni palestinesi battendo Al Fatah, partito che gli elettori hanno bocciato in quanto responsabile di essere decaduto nella corruzione e soprattutto di aver sottoscritto accordi sottobanco con Israele; accordi che avrebbero avuto l’effetto opposto rispetto a quello di dare alla Palestina uno stato indipendente e sovrano.
La striscia, Gaza in particolare, sono un ghetto a cielo aperto. Un luogo in cui le condizioni di vita non sono molto differenti rispetto a quelle del Ghetto di Varsavia, dove vennero confinati centinai di migliaia di ebrei durante il secondo conflitto mondiale. A Gaza manca l’acqua, e quella che c’è spesso non è potabile, anzi è inquinata o volutamente avvelenata da sabotatori israeliani. Manca il cibo. Manca il lavoro (la disoccupazione è al 45%). Manca l’assistenza sanitaria. La mortalità infantile è a livelli altissimi. La sopravvivenza delle popolazioni palestinesi nella striscia di Gaza è possibile solo grazie agli aiuti della comunità internazionale. Se non ci fossero, la popolazione sarebbe praticamente destinata a morire di fame. Oppure, ad una rivoluzione armata che oggi è invece evitata da una sorta di assuefazione ad una situazione di subalternità (per usare un eufemismo) ad Israele. In questo clima è facile che trovino terreno fertile e si moltiplichino azioni terroristiche che hanno l’ obiettivo di colpire l’oppressore.
Nella West Bank la situazione è migliore. Ma le risorse sono poche, i territori più produttivi sono stati confiscati o vengono controllati dallo stato ebraico. Le risorse idriche, per fare un esempio, sono gestite da Israele. La mobilità all’interno degli stessi territori è ostacolata da numerosi check-in con soldati armati. Il muro che si sta costruendo sottrae ai palestinesi terreni che prima erano coltivati e che fornivano un supporto importanto per la fragile economica locale. I paesi di Bil’in e Nil’in, promotori di manifestazioni nonviolente contro la realizzazione del muro, sono stati dichiarati zona militare da Israele, impedendo di fatto a locali ed attivisti internazionali di poter proporre la propria protesta pacifica. Ogni grido che si propone contro lo stato di Israele deve essere zittito, ogni voce messa a tacere. La situazione in tutta l’area medio-orientale è evidentemente critica. Israele è un copro estraneo. E nulla fa per cercare di migliorare la situazione, forte com’è delle sue convinzioni e sicura di poter disporre di mezzi economici e militari lo mettono nelle condizioni di autodifendersi con assoluta forza. Nonostante non abbia mai ammesso di disporre di armi nucleari, si stima (secondo fonti attendibili) che lo stato israeliano disponga di almeno 150 testate. E quindi fa praticamente parte del cosiddetto “club dell’atomo” insieme a Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito, Pakistan ed India. E a parte le armi nucleari, con i suoi 186.500 effettivi (secondo i dati del 2008) tra uomini e donne, le forze armate di Israele sono una forza che in caso di necessità può triplicarsi in poche ore, grazie alla mobilitazione di 445.000 riservisti. 'esercito d'Israele conta 15 divisioni suddivise in 76 brigate, 3.500 carri armati, 10.000 mezzi blindati vari veicoli per il trasporto truppe, ai quali si aggiungono 1.300 pezzi d'artiglieria[2]. Fiore all'occhiello delle forze armate, sempre secondo i dati del 2008, è l'aviazione che invece può contare su ben oltre 300 aerei da combattimento, oltre 40 aerei da trasporto e 302 elicotteri (compresi quelli d'assalto Apache), mentre la difesa antiaerea vanta un centinaio di batterie missilistiche (a lunga e media gittata). La marina israeliana può dal canto suo schierare 3 sottomarini, 17 navi da combattimento e 33 pattugliatori (fonte wikipedia). Insomma, in poche parole, Israele potrebbe fare da solo, e spesso fa da solo, compiendo azioni militari unilaterali come è accaduto recentemente proprio a Gaza e in Libano.
Barak Obama, il presidente degli USA, ha l’obiettivo di far ripartire il processo di pace e soprattutto di fargli intraprendere una rotta nuova per portare il negoziato ad un approdo sicuro. Questa accelerazione pare stia infastidendo lo stato ebraico che le braccia protettive di Stati Uniti e Regno Unito, a quanto pare, tengono meno stretto rispetto al passato.
La costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme annunciata durante la visita in Israele del vicepresidente americano Joe Biden, la vicenda dell’uso di passaporti Inglesi da parte del Mossad (il servizio segreto israeliano) per compiere l’assassinio di Mahmoud al Mabouh in un hotel di Dubai sono solo due degli ultimi cunei che stanno filando la marmorea solidità dello stato ebraico.
E la reazione è opposta a quella che invece in molti si attendevano. Ecco dunque che nel periodo di maggiore isolamento internazionale Israele minaccia una nuova operazione militare nella striscia di Gaza, dove i residui di armi al fosforo mietono ancora vittime a distanza di mesi. Come a dire: noi andiamo avanti per la nostra strada, anche da soli.

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martedì 6 aprile 2010

Israele contro tutti?

Braccio di ferro tra Israele e la comunità internazionale.
Intanto il popolo palestinese,continuamente umiliato, sopravvive e spera.

”Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba”. Sono le parole che David Ben Gurion pronunciò nel maggio del 1948 agli ufficiali dello stato maggiore Israeliano. Ben Gurion ha ricoperto importanti incarichi di governo nel suo paese per 13 anni, come ministro della difesa e primo ministro. L’ aeroporto internazionale di Tel Aviv, la capitale diplomatica di Isralele, porta il suo nome. Tanto per ricordare, a chiunque arrivi nello stato ebraico, qual è il pensiero dello stato sionista rispetto alla questione palestinese.
In questi giorni un’escalation di tensione ripropone la questione medio-orientale agli occhi di tutti noi, distratti, che improvvisamente ci ricordiamo di un conflitto che, spesso silenzioso (ed ignorato da mass media e governi) continua indisturbato a provocare miseria, odio, violenza e morte.
La striscia di Gaza è praticamente sotto assedio ed isolata da quando Hamas ha vinto le elezioni palestinesi battendo Al Fatah, partito che gli elettori hanno bocciato in quanto responsabile di essere decaduto nella corruzione e soprattutto di aver sottoscritto accordi sottobanco con Israele; accordi che avrebbero avuto l’effetto opposto rispetto a quello di dare alla Palestina uno stato indipendente e sovrano.
La striscia, Gaza in particolare, sono un ghetto a cielo aperto. Un luogo in cui le condizioni di vita non sono molto differenti rispetto a quelle del Ghetto di Varsavia, dove vennero confinati centinai di migliaia di ebrei durante il secondo conflitto mondiale. A Gaza manca l’acqua, e quella che c’è spesso non è potabile, anzi è inquinata o volutamente avvelenata da sabotatori israeliani. Manca il cibo. Manca il lavoro (la disoccupazione è al 45%). Manca l’assistenza sanitaria. La mortalità infantile è a livelli altissimi. La sopravvivenza delle popolazioni palestinesi nella striscia di Gaza è possibile solo grazie agli aiuti della comunità internazionale. Se non ci fossero, la popolazione sarebbe praticamente destinata a morire di fame. Oppure, ad una rivoluzione armata che oggi è invece evitata da una sorta di assuefazione ad una situazione di subalternità (per usare un eufemismo) ad Israele. In questo clima è facile che trovino terreno fertile e si moltiplichino azioni terroristiche che hanno l’ obiettivo di colpire l’oppressore.
Nella West Bank la situazione è migliore. Ma le risorse sono poche, i territori più produttivi sono stati confiscati o vengono controllati dallo stato ebraico. Le risorse idriche, per fare un esempio, sono gestite da Israele. La mobilità all’interno degli stessi territori è ostacolata da numerosi check-in con soldati armati. Il muro che si sta costruendo sottrae ai palestinesi terreni che prima erano coltivati e che fornivano un supporto importanto per la fragile economica locale. I paesi di Bil’in e Nil’in, promotori di manifestazioni nonviolente contro la realizzazione del muro, sono stati dichiarati zona militare da Israele, impedendo di fatto a locali ed attivisti internazionali di poter proporre la propria protesta pacifica. Ogni grido che si propone contro lo stato di Israele deve essere zittito, ogni voce messa a tacere. La situazione in tutta l’area medio-orientale è evidentemente critica. Israele è un copro estraneo. E nulla fa per cercare di migliorare la situazione, forte com’è delle sue convinzioni e sicura di poter disporre di mezzi economici e militari lo mettono nelle condizioni di autodifendersi con assoluta forza. Nonostante non abbia mai ammesso di disporre di armi nucleari, si stima (secondo fonti attendibili) che lo stato israeliano disponga di almeno 150 testate. E quindi fa praticamente parte del cosiddetto “club dell’atomo” insieme a Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito, Pakistan ed India. E a parte le armi nucleari, con i suoi 186.500 effettivi (secondo i dati del 2008) tra uomini e donne, le forze armate di Israele sono una forza che in caso di necessità può triplicarsi in poche ore, grazie alla mobilitazione di 445.000 riservisti. 'esercito d'Israele conta 15 divisioni suddivise in 76 brigate, 3.500 carri armati, 10.000 mezzi blindati vari veicoli per il trasporto truppe, ai quali si aggiungono 1.300 pezzi d'artiglieria[2]. Fiore all'occhiello delle forze armate, sempre secondo i dati del 2008, è l'aviazione che invece può contare su ben oltre 300 aerei da combattimento, oltre 40 aerei da trasporto e 302 elicotteri (compresi quelli d'assalto Apache), mentre la difesa antiaerea vanta un centinaio di batterie missilistiche (a lunga e media gittata). La marina israeliana può dal canto suo schierare 3 sottomarini, 17 navi da combattimento e 33 pattugliatori (fonte wikipedia). Insomma, in poche parole, Israele potrebbe fare da solo, e spesso fa da solo, compiendo azioni militari unilaterali come è accaduto recentemente proprio a Gaza e in Libano.
Barak Obama, il presidente degli USA, ha l’obiettivo di far ripartire il processo di pace e soprattutto di fargli intraprendere una rotta nuova per portare il negoziato ad un approdo sicuro. Questa accelerazione pare stia infastidendo lo stato ebraico che le braccia protettive di Stati Uniti e Regno Unito, a quanto pare, tengono meno stretto rispetto al passato.
La costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme annunciata durante la visita in Israele del vicepresidente americano Joe Biden, la vicenda dell’uso di passaporti Inglesi da parte del Mossad (il servizio segreto israeliano) per compiere l’assassinio di Mahmoud al Mabouh in un hotel di Dubai sono solo due degli ultimi cunei che stanno filando la marmorea solidità dello stato ebraico.
E la reazione è opposta a quella che invece in molti si attendevano. Ecco dunque che nel periodo di maggiore isolamento internazionale Israele minaccia una nuova operazione militare nella striscia di Gaza, dove i residui di armi al fosforo mietono ancora vittime a distanza di mesi. Come a dire: noi andiamo avanti per la nostra strada, anche da soli.

giovedì 3 settembre 2009

La mortificazione di un popolo.

"Se si vuole vedere e toccare con mano come si umilia e mortifica un popolo bisogna andare in Palestina."
Questa frase di Pompeo Onesti, avvocato e scrittore, riassume in poche ed essenziali parole lo stato disumano che vive il popolo palestinese.
Uomini, donne, bambini, anziani, ghettizzati e ridotti alla sopravvivenza. Umiliati ogni giorno da uno stato militare avverso che rende loro impossibile ogni attività che per noi sarebbe assolutamente normale.
Il lavoro, lo studio, il gioco. Ogni cosa è sotto il controllo dell' occhio israeliano che opprime con azioni lampanti o invisibili l' esistenza di questo popolo che, nonostante tutto, ha voglia di futuro.
L'operazione "piombo fuso" è stata l' ennesima ed inutile prova di forza che Israele ha voluto manifestare sia ai palestinesi che alla comunità internazionale.
Crimini di guerra spaventosi e continui hanno caratterizzato questo operazione militare che ha causato migliaia di vittime, la maggior parte delle quali civili. E tanti bambini.
Il muro di separazione, eclatante dimostrazione di barbarie umana. Ed è ancor più soffocante per l' animo di chiunque abbia un minimo di sensibilità che ciò avvenga per mano di chi, sulla propria pelle, ha vissuto il dramma dell' olocausto.
Occhio per occhio e dente per dente sembra essere invece il motto dello stato di Israele che pur di tenere completamente per se la "terra promessa" non disdegna, giorno dopo giorno, ora dopo ora, di martoriare militarmente e culturalmente un popolo che continua a sperare, incurante del disinteresse totale della "comunità internazionale". Maledetta terra promessa mi verrebbe da dire, gridare.
La palestina è ormai un ghetto. E il mondo intero, la vecchia Europa, la democratica America, stanno a guardare, impotenti o incuranti di un dramma che è sulla coscienza di ognuno di noi.
In questo quadro di grande pena e disumanità, riescono ad emergere fatti e movimenti che lasciano un filo di speranza per chi crede che anche la Palestina abbia diritto ad un suo stato.
La protesta nonviolenta. Contrapposiazione unica e naturale all' estremismo che, evidentemente, allontana le parti da una soluzione. L' estremismo palestinese dei razzi Kassam, dei Kamikaze e dei gruppi terroristici e l'estremismo di Stato Israeliano, perpetrato dall' esercito regolare innanzitutto, su mandato dei suoi politici. Gli uni e gli altri, risultato di politiche superficiali e mai chiare. E l' ONU ne sa qualcosa.
La protesta nonviolenta attecchisce sopratutto nei villaggi. E si sviluppa con forza e con impeto. Grazie alla partecipazione degli attivisti internazionali. E tra loro anche cittadini israeliani coscienti della deriva politica del loro paese.
Bil'in è diventato il simbolo della protesta nonviolenta in Palestina. Un villaggio umiliato dalla costruzione del muro di separazione e dalla confisca, da parte di Israele, del 60% del territorio.
Per la maggior parte campagna, campi, destinati alla produzione agricola, principale risorsa del territorio, improvvisamente sottratta hai suoi proprietari.
Economia ulteriormente mutilata ed ennesimo danno di una popolazione già costretta a vivere di stenti e privazioni.
L' umiliazione subita dal popolo palestinese è terribile. Ed è continua.
La scelta di Bil'in è dura e fragorosa.
Ogni venerdì cittadini di Bil'in, attivisti israeliani ed internazionali, manifestano pacificamente sul cantiere della vergogna, subendo, puntualmente le rappresaglie (spesso violente) delle' esercito Israeliano.
Quello che noi possiamo fare, subito, è parlare di questo dramma. Renderlo un argomento di discussione. Stimolare l'interesse della gente. Smuovere le coscienze.
Possiamo essere noi il punto di partenza per una protesta ampia e nonviolenta che renda priorità l' irrisolta questione israelopalestinese.

Alcuni siti per approfondire l' argomento:

http://www.bilin-village.org - Il sito ufficiale della comunità di Bil'in

Bil'in, a village of Palestine - Il gruppo ufficiale su Facebook

venerdì 7 agosto 2009

La via per Gaza

Il seguito di avvenimenti che è sfociato nella micidiale operazione «Piombo fuso», lanciata da Israele contro Gaza il 27 dicembre, ha avuto inizio nel gennaio 2006. È stata in quella data che Hamas ha vinto le elezioni nei territori palestinesi occupati da Israele, diventando il partito di maggioranza e formando il governo. L’inaspettata vittoria di Hamas non era dovuta al fatto che, improvvisamente, la maggioranza dei palestinesi (fra cui, del resto, circa il 20% sono cristiani) si fosse convertita al fondamentalismo islamico. Essa era in realtà dovuta a molte cause, di cui la principale era la bancarotta politica di quello che, storicamente, era stato il maggior partito palestinese, il laico al-Fatah. Nello spiegare tali cause, i media occidentali hanno in genere messo in luce la «corruzione» di al-Fatah, ma hanno trascurato di dire che una ragione almeno altrettanto importante dell’esito elettorale era che la politica della trattativa (in corso dal 1993 a livello esplicito, ma assai da prima, a livello confidenziale) non solo non si era tradotta in nessun guadagno concreto, ma, lungi dallo spianare la via alla creazione di uno stato palestinese indipendente, era servita da copertura ad un’espansione senza precedenti del processo di colonizzazione nella Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.

Come documentato da un certo numero di studiosi, in particolare da Khaled Hroub (il cui Hamas. A Beginner’s Guide è stato tradotto anche in italiano), la crescita di consenso politico di Hamas aveva comportato lo stemperamento delle posizioni più estremiste da parte dell’organizzazione e un atteggiamento politico sempre più pragmatico. Hamas non solo aveva formato il nuovo governo, capeggiato da Ismail Haniyeh, ma, pur ribadendo la propria indisponibilità ad accettare qualsiasi precondizione (e, in particolare, ad accettare quegli accordi di Oslo che non prevedevano nessun limite alla continuazione della colonizzazione israeliana nei territori occupati), aveva fatto più volte intendere la propria disponibilità ad un negoziato, attraverso offerte fatte in diverse occasioni di tregue di dieci, venti e perfino trent’anni.

La risposta dello stato d’Israele, tuttavia, era stata da subito di completa chiusura e si era tradotta nella rottura di ogni relazione con il nuovo governo e nel rifiuto di versagli i proventi delle imposte e dei diritti doganali che, a norma degli accordi di Oslo, Israele riscuoteva dai palestinesi. La decisione di Israele aveva avuto il pieno supporto non solo degli USA, ma anche dell’Unione Europea. Com’è stato notato dallo storico israeliano Avi Shlaim, «si è quindi determinata una situazione surreale, in cui una parte significativa della comunità internazionale ha imposto sanzioni economiche non contro l’occupante, ma contro l’occupato; non contro l’oppressore, ma contro l’oppresso.»

In realtà, come doveva poi essere documentato da un giornale giordano, dal sito americano «Conflicts Forum» e, in un secondo tempo, dal periodico americano «Vanity Fair», accanto al blocco politico ed economico dei territori occupati, fin dalla dimane delle elezioni era stata posta in atto una seconda strategia, i cui architetti sono stati il segretario di Stato, Condoleezza Rice, un funzionario del National Security Council, Elliott Abrams, e l’assistant secretary per gli affari mediorientali del Dipartimento di Stato, David Welch. Tale strategia mirava all’eliminazione del governo di Hamas con strumenti politici, ma, in caso di necessità, anche militari.

La Rice, in un incontro nell’ottobre 2006 a Ramallah con il presidente dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), Mahmoud Abbas, aveva fatto pressioni affinché questi sciogliesse il governo Haniyeh in due settimane. Abbas aveva temporeggiato, anche perché, se pure era nelle sue prerogative sciogliere il governo, a norma della «Legge fondamentale» dell’ANP, il nuovo primo ministro avrebbe in ogni caso dovuto rappresentare la maggioranza, in altre parole Hamas.

Di fronte all’esitazione di Abbas, gli americani erano sempre più entrati nell’ordine d’idea d’organizzare un vero e proprio colpo di stato, individuando come loro strumento Mahomed Dahlan, il capo della sicurezza a Gaza. Nella seconda metà del 2006 la Rice induceva l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti a finanziare, rifornire e riorganizzare le forze armate di Dahlan, mentre quest’ultimo dava inizio a quella che egli stesso, in un’intervista a «Vanity Fair», doveva poi definire una «guerra molto astuta» contro le forze di Hamas presenti a Gaza.

Contemporaneamente, in una sorta di gara contro il tempo, almeno l’Arabia Saudita cercava di disinnescare la situazione, mediando un accordo fra Hamas e al-Fatah, in vista della creazione di un governo d’unità nazionale. L’accordo, raggiunto alla Mecca nel febbraio 2007, portava alla formazione di un governo congiunto Hamas-Fatah. L’Amministrazione Bush rispondeva finalizzando, il 2 marzo, un vero e proprio piano di colpo di stato, volto ad esautorare con la forza Hamas, ma, nel caso che non collaborasse, anche lo stesso Abbas.

Il piano stesso diventava di pubblico dominio nel mondo arabo quando, nell’aprile 2007, veniva pubblicato dal giornale giordano al-Majd. Il 7 giugno, il quotidiano israeliano Ha’aretz rivelava che Israele aveva autorizzato l’invio ad al-Fatah da parte dell’Egitto di decine di carri armati, centinaia di razzi e migliaia di bombe a mano. Il giorno dopo, a Gaza, Hamas lanciava un attacco preventivo contro al-Fatah, ponendo repentinamente fine all’«astuta guerra» di Dahlan e impadronendosi di Gaza. Da quel momento, Gaza è rimasta sotto il controllo di Hamas, mentre la Cisgiordania continuava ad essere governata dall’ANP, sotto la supervisione israeliana.

L’azione di Hamas, cioè del legittimo governo palestinese, è stata presentata al mondo come un «illegale colpo di stato»; Israele ha quindi potuto procedere a rendere sempre più stretto il proprio assedio intorno a Gaza. Gaza, infatti, era stata sgomberata dalle forze d’occupazione israeliane nel 2005, ma, da allora, con la collaborazione dell’Egitto sulla frontiera Sud, Israele l’aveva trasformata in una sorta di prigione a cielo aperto, bloccandone i confini terrestri e marittimi e controllandone lo spazio aereo. Dalle elezioni di Hamas, il blocco si era fatto sempre più stretto, comportando due tipi di azioni da parte degli israeliani e un tipo di reazione da parte dei palestinesi. Le azioni israeliane erano consistite nel razionamento sempre più stretto e realizzato con modalità sempre più umilianti, dei rifornimenti di beni essenziali, necessari alla sopravvivenza di una popolazione la cui economia era stata distrutta dall’occupazione israeliana; a ciò si erano accompagnate continue intimidazioni nei confronti della popolazione di Gaza, con voli a bassa quota a velocità supersonica, con occasionali tiri di artiglieria e con periodiche azioni di commando più o meno estese e più o meno gravi all’interno della Striscia. Hamas aveva risposto con il lancio di razzi contro il territorio israeliano.

Stranamente, in Occidente, si è in larga parte taciuto su un blocco economico che stava spingendo il milione e mezzo di abitanti di Gaza alla fame, si è parlato solo in maniera sporadica e superficiale delle azioni militari israeliani, ma ci si è soffermati con gran dovizia di particolari sugli attacchi dei «missili» di Hamas (in realtà razzi di fattura artigianale con una scarsissima capacità distruttiva, usati più per ragioni simboliche che militari). Come ha ricordato Avi Shlaim, quale fosse la reale asimmetria fra Hamas e l’IDF (Israel Defence Forces) è evidenziato dal fatto che «nei tre anni dopo il ritiro da Gaza nell’agosto 2005, sono stati uccisi dai razzi undici israeliani, mentre, solo nel 2005-2006, l’IDF ha ucciso 1.290 palestinesi di Gaza, fra cui 222 bambini.»

In questa situazione infernale, nel giugno del 2007, con la mediazione egiziana, è stata raggiunta una tregua di sei mesi. Gli israeliani hanno però non solo continuato a mantenere il blocco economico di Gaza, ma l’hanno sempre più inasprito. Secondo dati dell’Oxfam, riportati da Sara Roy, un’esperta della situazione economica di Gaza, mentre nel dicembre 2005 entrava a Gaza una media di 565 camion di vettovaglie al giorno, nell’ottobre 2007 tale media era calata a 123 e nel novembre a 4,6. Sempre a novembre, il 4, la notte delle elezioni americane, l’esercito israeliano è entrato in Gaza, uccidendo quattro dirigenti di Hamas. Nelle parole del giornalista indiano Aleem Maqbool, giunto in Israele quando l’operazione era ancora in corso: «L’esercito israeliano dice che sta rispondendo ad una specifica minaccia, e che non considera che la tregua sia stata infranta.»

È però forse comprensibile che Hamas e i palestinesi di Gaza la pensassero in modo diverso; il 19 dicembre, quindi, Hamas ha dichiarato la propria indisponibilità a rinnovare una tregua estesamente violata da Israele. Era il pretesto che – come documentato da alcuni organi di stampa – il governo israeliano aspettava da almeno sei mesi: il massacro di Gaza.

di Michelguglielo Torri (www.arabcomint.it)